“Perché la guerra?”: la voce dei bambini nelle scuole della Galilea

“Perché la guerra?”: la voce dei bambini nelle scuole della Galilea

Fra Elias Badie, francescano ad Haifa e direttore delle scuole di Nazaret, Cana e Acri, racconta giorni di paura, accoglienza e speranza.

La guerra, per chi vive in Terra Santa, entra nella vita di tutti i giorni. È una sirena che interrompe la lezione. È un messaggio sul telefono che ti ordina di correre al rifugio. È una notte senza sonno, con i bambini svegliati di colpo e le famiglie chiuse in casa, in attesa che tutto finisca.

Fra Elias Badie vive ad Haifa. È francescano della Custodia di Terra Santa e dirige le scuole di Nazaret, Acri e la nuova scuola di Cana (in fase di apertura). Lo abbiamo raggiunto al telefono e ci ha raccontato la quotidianità di questi giorni: la fatica di educare, di proteggere, di non perdere la fiducia. E soprattutto la responsabilità di restare accanto ai più piccoli, quando la paura diventa “normale”.

Quando la guerra entra in classe

«Il tempo che stiamo vivendo è difficile: la guerra crea paura e incertezza, tensioni che fanno parte della nostra giornata quotidiana», dice fra Elias. E chiarisce subito un punto: non si tratta solo di “sentire” la guerra, ma di viverla. Nelle famiglie, nei bambini, nella scuola, nella comunità.

Poi racconta un episodio ad Acri. La sirena. La corsa verso un luogo sicuro. E il pianto.
«Abbiamo raccolto tutti i bambini che piangevano… Mi ha sorpreso che gli insegnanti piangessero più dei bambini.»

È una frase che resta addosso, perché disegna bene cosa succede quando l’ansia diventa collettiva: «Possiamo dire che non è solamente una guerra da lontano, ma anche una guerra psicologica. La fatica non è solo fisica… perché non si sa.»

Quando arriva l’allerta, non tutti hanno un rifugio

La tensione aumenta anche per un dettaglio concreto: non ovunque ci sono rifugi. «Non tutte le case hanno il rifugio. Non tutte le scuole hanno il rifugio.»
Ad Haifa, nel convento, il rifugio c’è. La fraternità è piccola: «Siamo due. Io e padre Osama.» Ma proprio quel rifugio diventa un punto di riferimento per chi vive intorno.

Scuole chiuse, didattica a distanza difficile

Le scuole, spiega fra Elias, sono chiuse. E fare lezione online è tutt’altro che semplice: servono dispositivi, connessione, condizioni familiari stabili. Spesso manca tutto insieme.
«Prima di tutto, tutti i bambini devono avere il computer; non tutti hanno la possibilità di accedere.»
E c’è un’altra difficoltà: la paura in casa, che non si spegne quando la lezione inizia. «A volte vengono svegliati la notte e tu non riesci a dormire tutta la notte.»

Le scuole coinvolte sono grandi e radicate nel territorio: Acri 530 alunni, Nazaret 600, Cana è una nuova apertura che in tempi di normalità sarebbe un segno bellissimo di futuro. In guerra, invece, anche il futuro sembra rimandato.

Accoglienza nei rifugi: “un posto sicuro”

Dentro questa fragilità, però, accade qualcosa di potente: l’accoglienza.
«Riceviamo tutte le famiglie intorno a noi… vengono a dormire nei nostri rifugi.»
Non è un gesto simbolico: è una protezione reale. I ragazzi dormono lì, giocano nel cortile quando possibile, studiano nel rifugio perché è l’unico “posto sicuro”. Lo stesso avviene ad Acri: la scuola apre gli spazi protetti ai vicini.

È una delle immagini più vere della missione francescana: custodire la vita, anche quando tutto intorno spinge a chiudere.

 

 

“La Terra Santa non è solo chiese e santuari”

A un certo punto, fra Elias parla della speranza. Lo fa con la semplicità di chi non nega la sofferenza, ma non si rassegna.
«Il Signore non lascia questa terra. La speranza c’è… tanta gente sta tornando a pregare, ricordando la fede.»
E aggiunge uno sguardo che è il cuore della Colletta del Venerdì Santo:
«Terra Santa non è solo chiese e santuari, ma anche le pietre vive, la gente che vive qui.»

In un tempo in cui tutto sembra ridursi a numeri e geopolitica, questa frase riporta al centro le persone. Famiglie, bambini, anziani. Comunità intere.

“E i nostri figli?”: la domanda che spinge a partire

C’è una ferita che pesa su tutti: l’idea di lasciare il Paese. «C’è l’intenzione di molte famiglie di andare a vivere fuori e lasciare la Terra Santa.»
La domanda ricorrente è sempre la stessa: che futuro avranno i figli se la normalità è la paura?

E in questo Nord già provato, al dramma della guerra si somma anche un clima di insicurezza quotidiana che molte famiglie avvertono come opprimente: un contesto sociale duro, segnato in alcune aree anche da fenomeni di criminalità organizzata. Un peso ulteriore che rende più fragile la vita ordinaria e aumenta la tentazione di emigrare.

Ferite invisibili: traumi, rabbia, bisogno di psicologi

Fra Elias insiste su un aspetto spesso poco raccontato: ciò che la guerra lascia dentro.
Dopo l’ultima escalation, spiega, molti ragazzi hanno mostrato segnali di disagio psicologico: «Abbiamo avuto tanti ragazzi con problemi psicologici… hanno bisogno di psicologi che li aiutino.»
E aggiunge un dato concreto e impegnativo: «In questo momento abbiamo pagato tanti psicologi per aiutare i nostri bambini a superare le difficoltà vissute.»

Non è solo tristezza: è una rabbia che cresce. «Vedo la differenza: l’aggressività… la rabbia dentro di loro.» E se non si interviene adesso, avverte, «se le porteranno nel loro futuro».

Una scuola per tutti: cristiani, musulmani, drusi

Le scuole della Custodia, in Galilea, sono un servizio aperto a tutti.
Ad Acri «l’80% musulmani e il 20% cristiani». A Nazaret «quasi il 60% musulmani e il 30% cristiani».
Fra Elias lo definisce una missione: «Così si vive insieme… questo crea amicizia. Per il futuro, è meglio per la comunità che vive e studia insieme. Questo apre a conoscere l’altro, rispettarlo, amarlo com’è.»

Educare, qui, significa costruire convivenza proprio mentre tutto tende alla divisione.

Messe a distanza e vita “sotto regole”

Anche la vita pastorale cambia: «Abbiamo avuto ordini che non possiamo fare raduni. Quindi la messa è anche a distanza.»
Fra Elias sottolinea una responsabilità concreta: evitare di esporre le persone a rischi inutili, seguire le indicazioni per la sicurezza, non chiedere a famiglie e anziani di attraversare strade non sicure.

E mentre racconta, emerge un dettaglio che fa capire quanto tutto sia vicino: «L’anno scorso, venendo in convento, avevo missili sopra di me… la bomba era proprio vicino a me, a Haifa, ha fatto esplodere la strada dove camminavo.»

“Abbiamo bisogno delle vostre preghiere”

Il suo appello è semplice e, proprio per questo, fortissimo:
«Abbiamo bisogno delle vostre preghiere. Pregate per la pace, per le nostre famiglie… che Dio protegga i piccoli e doni forza a chi ha paura.»

E insieme alla preghiera, c’è un gesto concreto che unisce la Chiesa intera alla Terra di Gesù: la Colletta del Venerdì Santo, che sostiene scuole, comunità cristiane e opere di carità della Custodia di Terra Santa.

Perché educare, qui, costa. E oggi più che mai significa proteggere il futuro.
Se ti è possibile, sostieni la Colletta e condividi questa testimonianza: è anche così che restano vive le “pietre vive” della Terra Santa.

 

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