Betlemme, casa di pace: custodire la Grotta della Natività, custodire la speranza

Betlemme, casa di pace: custodire la Grotta della Natività, custodire la speranza

Nella Basilica della Natività, a Betlemme, c’è un luogo che non smette mai di parlare. Anche quando i passi dei pellegrini diminuiscono, anche quando fuori la storia sembra farsi più pesante. È la Grotta dove la tradizione cristiana riconosce la nascita di Gesù: un punto minuscolo della terra che, da secoli, attira preghiere, lacrime, gratitudine, domande.

Da diciotto anni, a vegliare su questo cuore di pietra e di fede, c’è Fra Ananiasz Jaskólski. È sacrestano della Basilica: un servizio fatto di cura quotidiana, accoglienza, preparazione delle celebrazioni. Ma soprattutto di una presenza discreta e fedele, che non si “abitua” mai.

«Per me è un grande privilegio servire qui e accogliere i pellegrini. Quando parlo di queste cose mi emoziono subito», racconta. E aggiunge quasi a scusarsi: «Non pensate che dopo qualche anno diventi una cosa normale… per me è davvero un luogo importante».

Un luogo santo che diventa preghiera, ogni sera

C’è un’immagine che riassume bene il suo modo di custodire: un quaderno.

Durante la pandemia — quando le porte erano chiuse e molti non potevano raggiungere Betlemme — le richieste di preghiera hanno iniziato ad arrivare da ogni parte del mondo. E non si sono mai fermate. «Tanta gente mi chiede: accendi una candela, fai un rosario… Io scrivo ogni giorno sul mio quaderno le intenzioni che mi chiedono. E ogni sera vado a pregare nella grotta con queste intenzioni».

Quando i pellegrini non ci sono, resta la preghiera. Quando le navate si svuotano, resta la fedeltà. È una custodia silenziosa, ma reale: come una lampada che continua a bruciare.

Betlemme, “posto di pace”

A chi gli chiede quale messaggio possa aiutare a far tornare i pellegrini, Fra Ananiasz risponde con semplicità, quasi stupito che serva dirlo: «Io dico che qui a Betlemme è veramente posto di pace».

E insiste: «Anche in pandemia, anche in guerra… qui è stato molto tempo di pace. La gente di qui non vuole la guerra: i musulmani, i cristiani… nessuno. A Betlemme non ci sono state grandi manifestazioni. È passato un tempo di pace».

Sono parole preziose, perché nascono dall’esperienza di chi vede ogni giorno il volto concreto di questa città: famiglie, lavoratori, comunità religiose, fedeli di diverse confessioni. E perché ricordano una verità spesso dimenticata: la Terra Santa non è solo cronaca, è anche vita quotidiana che resiste, preghiera che continua, speranza che non si spegne.

 

Pellegrini e turisti: un cambiamento dopo la pandemia

In questi anni, Fra Ananiasz ha osservato cambiare anche il modo in cui le persone arrivano alla Natività. «Penso che adesso sono più turisti che pellegrini», dice. E nota nuovi flussi: «Si vede che ora vengono tanti dall’Asia: Indonesia, Filippine, Corea, Vietnam. E poi dall’America Latina. Negli ultimi giorni abbiamo anche tanti ragazzi protestanti dal Brasile e dagli Stati Uniti, che vengono per pregare».

Ma c’è anche un altro volto, più frettoloso: «Dopo la pandemia è cambiato tanto: più persone vengono solo per visitare, fare foto e andare via». Eppure, anche un passaggio veloce può diventare seme: basta una luce, una parola, un segno custodito con amore perché un cuore si apra.

Quando la festa torna possibile, la città respira

A Betlemme ci sono momenti dell’anno in cui la vita della comunità si sente ancora più intensamente: le celebrazioni, le veglie, i segni di festa che riempiono le strade e le piazze. Dopo mesi difficili, poter tornare a vivere questi giorni con maggiore serenità non è solo una questione di tradizione: è un segno di resistenza e di speranza.

Fra Ananiasz lo racconta con realismo, senza retorica: qui la fede si intreccia con la vita concreta delle famiglie. Quando i pellegrini mancano, la città soffre: mancano opportunità, lavoro, stabilità. «Quando non c’è presenza dei pellegrini… c’è povertà. La gente non ha lavoro», confida. E aggiunge una frase che, da sola, dice tutto: «Aspettano i pellegrini, aspettano lavoro».

Eppure, dentro questa attesa, resta un filo di ottimismo: «C’è speranza… si vede tra la gente». È una speranza fragile, ma vera: la stessa che ogni giorno si custodisce nella Grotta.

La custodia è anche comunione

La Basilica della Natività è un luogo dove, da secoli, convivono diverse comunità cristiane. La custodia, qui, non è solo manutenzione e liturgia: è anche relazione, pazienza, testimonianza.

Fra Ananiasz lo dice in modo diretto: «È un luogo di comunione… Da quando sono arrivato con i greci non abbiamo mai avuto problemi». Ricorda anche che in passato ci sono state tensioni, ma sottolinea un cambiamento: «Adesso è molto meglio… tra la gente non funziona l’idea di essere separati. Le famiglie sono mescolate: greci sposati con cattolici, e tante altre situazioni».

E racconta un ricordo che suona come un monito sempre attuale: un invito ricevuto anni fa a non trasformare i Luoghi Santi in campo di battaglia, ma in segno di Vangelo vissuto. Perché custodire, alla fine, significa anche imparare a vivere insieme.

 

Quando un messaggio su WhatsApp diventa vicinanza alla Natività

C’è un passaggio dell’intervista che sembra parlare direttamente a noi, oggi. Fra Ananiasz descrive come i nuovi strumenti abbiano aperto una porta a chi non può viaggiare: anziani, malati, persone lontane, famiglie che non riusciranno mai a venire.

«Ho scoperto che anche anziani usano WhatsApp», dice sorridendo. «Mi scrivono persone che non conosco: “prego”. Io faccio una foto nella grotta, loro sono molto contenti. A volte faccio un video mentre prego per loro, accendo una candela… È importante: si sentono vicini a questo luogo santo».

È una “custodia” che supera i muri e le distanze: una presenza che arriva nelle case, nelle corsie degli ospedali, nelle solitudini. E che ricorda il senso profondo del pellegrinaggio: non è turismo religioso, è desiderio di incontrare, anche da lontano, la sorgente.

Un gesto che sostiene la custodia dei Santuari

La custodia dei Luoghi Santi non è un’idea astratta. È fatta di persone, di servizi quotidiani, di liturgie, di accoglienza, di restauri, di sicurezza, di lavoro per tante famiglie locali. È fatta anche di frati come Fra Ananiasz, che ogni sera portano nella Grotta della Natività le intenzioni di chi non può essere presente.

La Colletta del Venerdì Santo è il gesto con cui la Chiesa intera partecipa a questa custodia: perché i Santuari restino luoghi di preghiera, di comunione e di pace; e perché le comunità cristiane che vivono accanto a questi luoghi possano continuare a resistere, lavorare, sperare.

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